
L’Etna durante un’eruzione spettacolare.

Il Vesuvio durante l’eruzione del 1944.
Oggi voglio trattare di un tema del quale si dibatte da tempo: come comportarsi nel caso di un’eruzione vulcanica. E’ un problema tutt’altro che secondario perchè coinvolge conoscenze di protezione civile, di urbanistica (per le vie di fuga) e di progettazione strutturale (ovvero dove si può costruire e dove no). Ora, in Italia si hanno diversi vulcani: l’Etna (il maggiore d’Europa), il Vesuvio (pericolosissimo per la sua nota attività ’stromboliana-pliniana’ che causò la fine di Pompei, Ercolano e Stabia nel 79 d.C), lo Stromboli e Vulcano. Ciò è certamente collegato al fatto che il nostro Paese è interessato da faglie tettoniche più o meno profonde e lunghe che provocano anche la ben nota ‘intraprendenza’ sismica. Dal punto di vista delle conseguenze sulla popolazione, però, senz’altro i guai maggiori si avrebbero per Napoli e per Catania e per i loro agglomerati poichè, in tali zone, si è costruito senza alcun controllo in luoghi dove ciò era vivamente da sconsigliarsi. Ne saprete di più se leggerete questo articolo che ho trovato in rete:
<<Scappare dal Vesuvio in eruzione verso un’area devastata dal terremoto: è il paradosso che potrebbero sperimentare gli abitanti di Somma Vesuviana, se il vulcano simbolo di Napoli dovesse svegliarsi dal suo torpore che dura da 70 anni (mi auguro di no per gli amici napoletani). Secondo il Piano di evacuazione della Protezione Civile approvato nel 2005, Somma è gemellata con Avezzano, provincia di L’Aquila, uno dei comuni colpiti dal terremoto del 6 aprile. Sarebbe come dire cadere dal braciere alla brace. Sembra, però, che i nostri bracieri non ci spaventino più come prima. In Italia siamo sempre più vicini a prevedere le eruzioni vulcaniche in tempo reale. Etna, Stromboli e Vesuvio sono costantemente monitorati con tecnologie che consentono di anticiparne i movimenti. Soltanto sull’Etna sono presenti 160 stazioni di rilevamento per curare “a’ muntagna”, come lo chiamano con confidenza gli abitanti di Catania e dintorni.
Anche i vulcani sono sottoposti, quindi, ad ecografia, per mezzo di sistemi di allerta che consentano di controllare la
risalita del magma, comportamento fondamentale per prevenire le eruzioni. In tal modo, come ha spiegato Giuseppe
Patané dell’Istituto Superiore di Vulcanologia, si riuscirebbe a prevedere anche l’eruzione del Vesuvio, che nonostante sia un bello addormentato rimane il più pericoloso dei crateri italiani (per la citata attività ’stromboliana-pliniana’ alla quale accennavo: si forma un tappo di materiali che occludono parzialmente o totalmente la bocca principale, la temperatura dei gas interni sale assieme alla pressione, fino a che tutto non esplode con conseguente formazione di una grande nube tossica in cielo e discesa di vapori incendescenti lungo le pendici del monte che spazzano qualsiasi forma di vita la quale, per l’alta temperatura, non può che sublimare!; in più dal cielo piovono cenere e lapilli incandescenti - uno spettacolo apocalittico al quale è meglio non assistere: potrebbe essere seriamente l’ultimo della vostra vita!). Calma e sangue freddo, quindi? Non proprio: la “zona rossa” del Vesuvio identificata dal Piano di evacuazione è un ‘area che comprende 18 comuni per un totale di 600.000 abitanti ed un’estensione di 200 chilometri quadrati. Una delle aree più popolate d’Italia, dove, nonostante la presenza del gigante al momento dormiente, si continua a costruire - spesso in modo abusivo - e dove a breve sarà inaugurato l ‘Ospedale del mare, il più grande ospedale del Sud, costato 190 milioni di euro, a soli 7 chilometri dal cratere (della serie le pubbliche amministrazioni sbagliano per prime) in una zona congestionata dal traffico e con vie di fuga insufficienti. Il piano prevede una nuova sistemazione per 61.000 persone entro il 2013, ma ad oggi meno di 5.000 hanno deciso di spostarsi e nella metà dei comuni della “zona rossa” la popolazione è aumentata, in proporzione al cemento. Previsioni dei vulcanologi a parte, quindi, una nuova Pompei non incute paura (!), salvo far dire all ‘assessore provinciale alla protezione civile Francesco Borrelli che il rapporto tra il Vesuvio ed i residenti dei comuni della zona è simile a quello che i giovani hanno con l’AIDS: sanno che esiste, ma pensano che non li toccherà mai di persona>>. Lascio a Voi ulteriori riflessioni e commenti.