Dic 10 2009
Il processo dell’Eternit
Più di 1900 morti solamente in Italia (ed ancora chissà quanti altri), circa 660 persone malate sempre nel nostro Paese, quasi 3000 parti civili: questi i numeri per quello che è stato definito ‘il più grande processo d’Europa per danni industriali’, cioè il procedimento giudiziario che vede imputati il miliardario svizzero, convertito (fintamente) all’ecologismo, Stephen Schmideiny ed il barone belga Jean Marie de Cartier, proprietari dell’Eternit, la tristemente famosa industria che produceva il cemento-amianto impiegato diffusamente per almeno 30 anni nel mondo (tra l’altro, non si sono presentati alla prima udienza). L’accusa è quella di aver causato mesoteliomi pleurici (tremendi tumori che causano una morte orribile per i quali non esiste, ancora, una cura definitiva) ed asbestosi polmonari (chi ne soffre non può affaticarsi molto perchè va in insufficienza respiratoria e può morire soffocato) a iosa, pur essendo a conoscenza dei gravi danni che potevano causare le fibre dell’amianto. Per alcuni decenni intere comunità, tra le quali quelle di Casale Monferrato (Torino), di Alessandria, di Broni (Pavia), di Monfalcone (Gorizia), di Bagnoli (Napoli) e di Santa Lucia del Mela (Messina), sono state sottoposte alle polveri delle fabbriche che lavoravano le fibre di asbesto. Il risultato è stato che molte famiglie sono state falcidiate dal cancro; ricordo, in particolare, la storia di una signora di Casale che è rimasta quasi sola. Rammento, inoltre, storie toccanti come quella del ‘palombaro’ (un operaio che si era fabbricato una tuta tutta chiusa perchè non voleva morire poichè aveva un figlio piccolo, il tumore lo ha preso lo stesso ed è morto), quella degli operai ‘discesi all’inferno’ dei cantieri navali di Monfalcone o quella di un vecchio operaio che, resosi conto che le fibre gli avrebbero causato un malanno, esortava i giovani di Casale a non cercare lavoro presso la ‘fabbrica della morte’. Dunque, è importante, anche da un punto di vista giuridico, un processo del genere, per far pienamente luce su un caso dove la tecnologia e l’umanità si sono scontrate per tanto tempo (il cemento-amianto conveniva per i suoi vantaggi: isolamento termico, resistenza al fuoco ed economicità elevata): credo che la legge e lo Stato italiano debbano una risposta certa e giustizia a migliaia di persone che stanno aspettando da troppo tempo. Intanto, la legge n. 257 del 27/3/1992 ‘Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto’ è rimasta spesso inapplicata, col risultato che, ancora, molti manufatti, come tubi o lastre di copertura, sono in loco, con grave pericolo per la salute della popolazione. Vi bastino due esempi: tutte le coperture dei capannoni della ZAI a Verona sono in Eternit, e non mi risulta che ne siano state rimosse tante (e, quando si alza il vento, vi assicuro che le pagliuzze se le respirano tutti i veronesi), e le tubazioni dell’acquedotto patavino, tuttora funzionante, lo stesso.



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