E’ scoppiata l’ennesima bomba riguardo alle strutture in c.a. L’ospedale di Agrigento sarebbe quasi di pastafrolla, a giudicare dai carotaggi svolti su ordine della Procura della Repubblica agrigentina. Più che probabile l’infiltrazione della mafia in tale faccenda. Purtroppo, i tentacoli di cosa nostra giungono dappertutto, anche e soprattutto nel settore degli appalti pubblici, con conseguenze che possono rivelarsi disastrose se pensate che, in tal caso, si tratta di un ospedale, un luogo dove sono ricoverate persone non certo in forze. Ma, evidentemente, ai mafiosi poco importa della vita di un anziano bisognoso di cure o di un bambino. Del resto, questa situazione è comune ad altri nosocomi dell’isola: mia nonna è deceduta in una struttura, quella di Sant’Agata di Militello in provincia di Messina, semplicemente orribile e vergognosa per un Paese civile come dovrebbe essere l’Italia. Infatti, in tale luogo ci sono serbatoi per l’ossigeno od altri gas corrosi, infiltrazioni d’acqua dai tetti piani a volontà, intonaci scrostati, blatte che si aggirano per i corridoi tranquille nell’indifferenza del personale sanitario. Comunque, vi presento un articolo che tratta più dettagliatamente del provvedimento della magistratura.
<<Un mese di tempo per sgomberare l’intero complesso ospedaliero san Giovanni di Dio di Agrigento. Trenta giorni è il tempo concesso dai militari della guardia di finanza che questa mattina hanno notificato un provvedimento di sequestro cautelativo della struttura attiva da cinque anni ed in grado di ospitare 400 pazienti. Provvedimento adottato a conclusione di complesse indagini che hanno evidenziato gravi carenze strutturali degli edifici che lo costituiscono tali da esporre a gravissimo rischio sismico l’intero manufatto.
Il giudice per le indagini preliminari, Alberto Davico, sulla base della richiesta avanzata del procuratore Renato Di Natale, dall’aggiunto Ignazio Fonzo e dal sostituto Antonella Pandolfi, ha disposto la misura cautelare reale, valutando anche gli esiti della consulenza tecnica d’ufficio eseguita dagli esperti nominati dalla procura. Le indagini, con diversi indagati ai più vari livelli di responsabilità, non si sono concluse, essendo in corso ulteriori accertamenti.
Il 5 marzo scorso la procura di Agrigento iscrisse 22 persone, fra tecnici, funzionari, dirigenti dell’azienda ospedaliera, progettisti (ahimè!) ed imprenditori, nel registro degli indagati per l’inchiesta sulla qualità dei materiali usati per la costruzione del nuovo complesso ospedaliero di contrada Consolida, ad Agrigento. Tra i reati ipotizzati l’associazione per delinquere, l’abuso di ufficio, l’omissione di atti di ufficio, il favoreggiamento e la truffa.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore della Repubblica Renato Di Natale, sembrò subito una indagine gemella a quella che aveva già riguardato il cemento utilizzato a Caltanissetta per la costruzione di un padiglione dell’ospedale Sant’Elia. Gli avvisi di garanzia, all’inizio di marzo, furono emessi dopo una perizia disposta dalla procura dalla quale emersero le gravi carenze nella qualità dei calcestruzzi usati per alzare, cinque anni prima, la struttura.
Le prove tecniche, i cosiddetti “carotaggi”, realizzate in ogni punto dell’ospedale San Giovanni di Dio avrebbero evidenziato, in particolar modo, che il calcestruzzo utilizzato era “depotenziato”, cioè con una alta percentuale di sabbia e, dunque, fin dai primi sondaggi non è mai stato escluso un alto rischio di crolli. Il perito Attilio Masnata, nominato dalla procura già dopo la prima serie di rilievi presentò una relazione tecnica preoccupante: secondo lui l’ospedale non poteva essere collaudato e doveva, dunque, essere dichiarato inagibile. Fin dalle battute iniziali dell’inchiesta, dopo i primi rilievi tecnici, la guardia di finanza di Agrigento e la procura si erano dichiarate in attesa degli esiti delle perizie per valutare l’opportunità o meno di un sequestro della struttura.
Provvedimento adottato in queste ultime ore. Il legale rappresentante dell’azienda ospedaliera è stato nominato custode dell’immobile sequestrato ed allo stesso sono stati concessi 30 giorni di tempo per l’adozione di provvedimenti a tutela dell’incolumità del personale sanitario ed amministrativo e dei degenti, compreso lo sgombero dell’intera struttura>>.